Tempus Fugit

Tempus  fugit

di Grazia Geiger

 

menzione speciale

“PREMIO NAZIONALE DI POESIA NARRATIVA E FOTOGRAFIA “ROMA NEL TEMPO”

 23 ottobre 2009

 

La coppia si avvia lentamente trascinando i piedi sulle assi di legno che formano la pedana della veranda. Verso il tavolino tondo apparecchiato per quattro che alla spicciolata  viene sgomberato dai coperti superflui. Li osservo dall’angolo opposto, mentre sono intenta a tagliare il prosciutto ben stagionato, e cerco di capire dal loro comportamento, cosa fanno, quanti anni hanno, quale sia la loro relazione. Osservo le mani per scoprire  fedi o altro. Non vi preoccupate ormai non vengono più, accomodatevi. Poi quasi borbottando tra e sè dice:….. ‘Sta  gente prima prenota e poi se dimentica d’ avvisà….(Secondo me ci scappa anche una parolaccia che dice però a voce molto bassa). E così piegato quasi ad angolo retto Amedeo, col grembiule nero a righe rosso scuro stile bistrot francese, si avvia con fare sbrigativo quanto gentile a sistemare il tavolo per i due giovani. Intimiditi forse per tanta gentilezza si siedono uno vicino all’altro, al rallentatore, sistemando le sedie, con un fare delicato, lasciando il resto del tavolo libero. La Piazza, ingombra di macchine parcheggiate alla rinfusa, due, tre file, è circondata  da palazzi ricchi di atmosfera, le finestre sono illuminate e spalancate, aperte sui soffitti alti di cui  intuisci la vita all’interno, angoli creativi, mi dicono, di artisti famosi. No grazie, niente rose.

Con questo caldo ma chi le compra le rose, penso. Il ragazzo indiano insistente si avvicina ad ogni tavolo, dove la risposta è sempre no, mentre rimane attaccato con lo sguardo lucido, voglioso, a guardare i commensali, me compresa, che non si lasciano convincere. Intravedo e immagino fuori dalla vetrata, il dedalo ricco di  numerose e piccole vie che s’ infilano sotto la strada sospesa per aria, la sopraelevata, mentre un groviglio grigio di snodi più importanti attraversa il vecchio scalo ferroviario e la via Tiburtina.

E Anna?…., chiedo, mentre già immagino la risposta. Non ci sta più, mi dice sorridendo e con un leggero sentimento di pena, ormai rimane a casa.

Mi ricordo. Passava tra i tavoli, a ridere e a scherzare con i clienti,  a mostrarmi col coltello affilato come con destrezza capava i carciofi.  Qui intorno c’è una vita notturna di giovani accalcati nelle trattorie che sconfinano sui marciapiedi, pub e pizzerie, quelle che hanno l’aria finto-trasandato. L’università si trova ancora nella vecchia birreria a Via dei Sardi,  s’ imponeva allora come un angolo nuovo, quasi clandestino. Fuori sede, fuori le mura del sapere tradizionale, mentre il resto della facoltà si sminuzzava nelle aule che noi studenti dovevamo di volta in volta rincorrere, sparse per la città tra edifici vari.

Sapienza nuova, quasi rivoluzionaria e vecchie tradizioni, case e attività, nel miscuglio moderno del dopo-guerra, mentre il quartiere nasconde ancora a fatica i segni della devastazione in fondo non troppo antica. L’eco del bombardamento sofferto risuona ancora nei racconti di chi ha perso a quei tempi ogni bene. Continuo ad osservare la coppia, mentre bruschetta, prosciutto e vino rosso hanno appena fatto l’allegra entrata. Come antipasto. Attorno a loro sembra il buio, li osservo indiscreta, fuori dal mondo, lui si avvicina e le dice qualcosa all’orecchio. Lei è felice, candida senza togliergli gli occhi di dosso, girata per tre quarti verso di lui, gli prende la mano. Amedeo appare poco dopo,  esibendo due piatti fumanti da cui sporge la gricia, montarozzo di spaghetti con pancetta e abbondante pecorino che sconfina fin sui bordi. Bella scelta, penso, quando sto per terminare la mia porzione di cicoria ripassata in padella. Mi sono regalata una serata da sola. Al culmine di una giornata intensa, so che ognuno a casa avrà un impegno, così mi concedo un fuori programma. Vestita di bianco, capelli biondi e lunghi sulle spalle, giovane, graziosa, dolce, mi specchio in lei e ripenso. Un sussulto, torno indietro, nottate insonni, l’esame di psicologia generale, di psicopatologia, andavo per quelle strade impaurita, desiderosa di un voto buono, alla rincorsa frenetica della fine di un ciclo.

Entravo nel quartiere sconosciuto percorrendo Via dei Sardi, ignorando ogni altro luogo che non fosse la vecchia birreria, dove la facoltà risiedeva. Giovane, affannata, sognavo libertà e riscossa, percorsi nuovi, la voglia di combattere. Oggi brindo alla mia vita, ai sogni realizzati, all’inizio di progetti sempre nuovi. Il luogo mi avvolge, ghetto un tempo di sopravvivenza,  con le regole dicono, dettate dagli autori superstiti della ricostruzione. Qui non c’era più niente, qui se respirava la morte, raccontano ancora gli anziani.

Il ristorante dove sto cenando era un “vini e olii” … qua c’è morto questo e quest’altro…, insomma difficile crederci, quando stasera tra una bistecca e una coda alla vaccinara, si gozzoviglia alla grande. Esorcizzare la morte, godersi il presente, l’allegria davanti al bicchiere di vino, tutto fa dimenticare quei tempi. Ricostruire, era la parola d’ordine.

Se metti il naso fuori, solo cento metri al di là della piazza, c’è il cimitero, il Verano, un’isola di tombe grandi come casette, le bancarelle di fiori sono appiccicate al suo muro di cinta, commercio facile per le anime defunte. Il quartiere è metafora antica della vita e della morte, della paradossale e inutile distinzione tra l’una e l’altra. Dove inizia una, dove finisce…ma non finisce. Meandri in cui ogni respiro affannoso continua nel succedersi di cammini e percorsi, tra cultura, arte, tram, godimento, i vicini ospedali, l’obitorio, la mensa, tra scultori di lapidi e monumenti alla memoria, si definisce così la momentanea chiusura del ciclo terreno. Il quartiere della metafora vita.

Lei intanto avvolge gli spaghetti tenendo la forchetta sospesa nell’aria.

Amedeo, gli chiedo curiosa, ma che è straniera? Accenno, lanciando uno sguardo di sottecchi  alla ragazza bionda.

Me pare de sì… risponde facendo finta di non guardarla e si appoggia con tutte e due le mani al mio tavolo.

Sovrapposizione di immagini, penso a loro tra venti anni, tra trenta, quaranta, anziani, sposati, coi figli, i nipoti, quando non ci saranno più. Cancello l’immagine.

Si dipana nella mente quest’ insieme di flash mentre lo stesso film della mia vita segue la traccia dell’inesorabile scorrere di eventi già noti e rincorre un po’ la loro giovane storia.

Queste non sanno come se fa, dice accennando agli spaghetti…Così ridiamo insieme divertiti e chiedo il conto. Ma che te possino….manco ‘na fetta d’anguria te sei magnata…Mi rimprovera con affetto, andando a passo veloce verso la cucina. Così tra ricordi e nostalgie, mi gusto un triangolo di cocomero che deborda gocciolante e rosso fuoco dal piatto, quando so che fra pochi metri mi risucchierà di nuovo la città di notte, quella dello scorrere veloce, dei semafori gialli e dei venditori di rose.

 

(Ispirata al Ristorante Pommidoro di Roma, Piazza dei Sanniti)

 

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