Violenza, aggressività dislocata, sport.

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Cosa c’entra la violenza con lo sport.

Cosa c’entra la guerra tra”tifosi” con i cosiddetti svaghi.

Cosa c’entra ammazzarsi per un pallone?

Cosa c’entra la criminalità organizzata col campionato?

Domande ingenue a cui mi piacerebbe che rispondessimo con un coro di: “ne abbiamo abbastanza”.

 

Le ragioni che sottintendono tutto ciò sono da cercare altrove forse…. E non nel piacere di giocare, divertirsi e distrarsi, forse nello scambio di favori, intrallazzi e scommesse, forse nella mera voglia di far scontare a qualcuno quello che si soffre a casa, nei vicoli dei quartieri malfamati, nelle retrovie di un potere che non arriva a farsi conoscere chiaramente, oppure che non conviene far uscire allo scoperto. O nelle squadre di teppisti organizzati che soffrono le regole e il vivere civile.

Luoghi comuni, anche banali, se non partecipi al gioco, al loro, se non condividi una società nascosta che parallela si muove per distruggere quello che le formichine a fatica costruiscono.

M’interrogo su ogni singola emozione che mi suscita la guerriglia di domenica fuori dallo stadio, le intere trasmissioni dedicate all’argomento e sul bisogno oggi di far notare che nessuna donna era presente o coinvolta nei fatti criminosi, se non come testimone o aiutante in campo.

Allora viene facile dire “ma certa aggressività è maschile”?  Perché?

Da dove nasce?

Cosa possiamo fare anche noi donne per bilanciare uno spettacolo così disumano.

Siamo toccati, vero, e tuttavia anche conniventi, oso dire.

Sopportare biecamente è una partecipazione aggressiva, silenziosa.

Mi permetto allora di proporre con forza: parliamone, educhiamo i figli alla non violenza, al non bullismo, alla non passività, e invece: all’assertività, alla manifestazione onesta delle proprie opinioni, sentimenti, alla PACE e alla tolleranza, secondo un modo di pensare, agire, e partecipare alla vita sociale che faccia da contrappeso, sensibile e sostenibile a questo degrado che ci circonda.

 

 

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