Page 1
Standard

Metafora da Coach: IL TEMPO

“Metafora da Coach ”

Il Tempo

 

C’era una volta una città tanto rumorosa e popolata da migliaia di abitanti molto, molto nervosi. In questa città le persone correvano e correvano senza mai fermarsi,  avevano a disposizione solo 4 ore per dormire, dato che  gli orologi segnavano16 e non 24 ore. Questo era stato un sortilegio che molti anni prima questi abitanti avevano dovuto subire poiché non avevano rispettato le Leggi della Natura. Quindi oggi, per poter  far fronte ad ogni tipo di incombenza, gli abitanti della città erano obbligati a fare tutto più in fretta di quanto non fosse loro stato concesso in passato. Anche i bambini dovevano seguire i propri genitori e andavano a lavorare fin da piccoli per poter correre dietro al Tempo, col risultato che erano sempre più stanchi e tristi, proprio perché non giocavano più. Così a causa di questo ritmo frenetico che tutti, grandi e piccoli avevano imparato, lo Stress, Signore e Padrone di ogni cosa, governava sovrano la città.

Finché un giorno, da un’altra civiltà, non sono apparsi i Saggi, che, nascosti tutti gli orologi, hanno promesso di restituirli, una volta che la popolazione avesse finalmente imparato la lezione.

Il Ritmo nuovo, regolato da Luna, Stelle e Sole ha restituito Calma e Tranquillità ai poveri stressati. Ristabilita così la Serenità e il Nuovo Ritmo, e dopo aver inserito come obbligatorio per un’ora al giorno, il gioco delle costruzioni e delle bambole per gli adulti, è avvenuta ufficialmente la  consegna dei nuovi orologi, questa volta con le  24 ore  tutte a disposizione.

Standard

A Spetses in Grecia… il tempo

A Spetses

A Spetses, isola greca nell’Egeo, il tempo lo cadenza lei, l’isola. Sonnecchia finché carrozzelle, motorini, i pochi taxi, non la animano. La prima volta: non la conoscevo e quindi l’ho esplorata, quando solo dopo alcuni giorni (tre di preciso) mi sono sentita accettata. Come se il messaggio fosse arrivato una mattina al risveglio: sei benvenuta! mi sono sentita dire. Cosi con maggiore sicurezza ho deciso di conoscerla attraverso le sue spiagge.  Ho percorso i 27 km tutto intorno passando attraverso foreste di pini  sulla destra, mentre sulla sinistra mi accompagnava il mare blu zaffiro.  Pini sulla sabbia, mai visti prima, è uno dei paradossi che incontri a Parasakavi,  incastrata tra due basse scogliere. Poi i profumi, gelsomini, rosmarino, siepi odorose, ventate odorose di limoni e fichi, basilico, quello piccolo. Mi colpiscono e mi attraversano quando l’aria e il sole sono più veloci della mia moto a quattro ruote, blu anche lei. Con i calamari fritti e l’insalata greca, senza formaggio, solo per non eccedere, mi sto godendo la vista del mare,  proprio sul porto a un metro dal piccolo mercato del pesce. Sono le 15,  lo scopro dopo, non me ne sono accorta, ho fame e mi sono seduta al ristorante. Qui il tempo prende un ritmo suo, le spiagge si animano all’ora del pranzo nostro convenzionale, e va bene così, perché nessuno si urta o ti dice scusi la cucina è chiusa.  Il mio riferimento per tornare  a casa sulla collina  è un vecchio palo della luce marrone altissimo a cui sono avvoltolati tanti fili della corrente, ed un’aiuola di ulivi sulla mia destra il cui tronco è  dipinto a metà di bianco. i primi due giorni li ho trascorsi a perdermi, perché le strade non hanno un nome, né ci sono segnali stradali. Buona metafora…ci vuole del tempo prima di conoscere un luogo. Devi imparare le regole, dovunque tu vada….qualcosa mi risuona. Così in questo modo, tra Aya marina, il vecchio porto, la spiaggia di Anargyry, ho continuato a cercare le mie ispirazioni, perché a questo mi serviva l’isola. E mi chiedo: chissà se io sono servita a lei?

Standard

“Tutte le donne del mondo”: donne emozioni e generalizzazioni.

C’è qualcosa di più comune  e banale della generalizzazione?

Esistono donne e donne.

Nell’immaginario collettivo pronunciare il nome donna richiama ad un concetto che per la persona risuona forte, aggressivo, dolce, felice oppure no.

Se si tratta di un bambino, diciamo di 8 anni, forse la sua immaginazione si attiva per cercare nella mente, e lo fa al volo, la figura della madre o della nonna, o magari della maestra stessa. Sarà ben impressionato se quella madre non lo malmena, e la maestra e la nonna sono amorevoli con lui. Il che di questi tempi non è normalità, purtroppo. Per cui la catena si ripropone in termini  spesso di vendetta e paura. Qualcun altro, altra, ne farà le spese. Si chiama aggressività dislocata. Tu mi hai ferito e io me la prendo con chi mi capita a tiro.La comunicazione e ogni giorno, ci sbatte in faccia una realtà drammatica di come i cosiddetti rapporti umani siano “risolti” eliminando fisicamente le “interferenze” o presunte tali.

Cosa diversa poi se pronuncio la parola DONNA   con un uomo la cui moglie lo ha appena lasciato, oppure con una donna che ha appena partorito, oppure se mi trovo in un ambiente tutto maschile ( e dipende chi sono e cosa fanno nella loro vita e che tipo di esperienza hanno avuto e che cosa in questo momento vivono e sentono).

Quindi diciamo che a seconda anche del momento storico  personale, siamo in grado di risvegliare solo con una parola o immagine, un’emozione, che  fa  a sua volta dire al nostro interlocutore (parlo di adulti) tutte le donne del mondo sono: gelose, egoiste, belle, indispensabili, lamentose, traditrici o materne.

Così un bambino cresce con l’idea che il mondo femminile sia attraente e positivo, perché ha avuto un’infanzia felice, è stato accudito e amato dalla madre, e si porterà nella vita di giovane e di uomo la sua bella esperienza positiva e fiduciosa nei confronti delle donne , tutte le donne del mondo…..(ognuna di loro comunque nella realtà  sarà per lui un mondo diverso a sua volta). Convinzione dalla quale (speriamo di no) non si discosterà fino a quando qualcosa di drammatico non gli farà cambiare idea. Cosa che, se non sarà robusto e psicologicamente equilibrato, gli condizionerà la vita, i rapporti e le scelte.

E se le sue esperienze avranno minacciato la sicurezza di quest’uomo, reso insicuro,  se ha molto sofferto,  è stato abbandonato e tradito, allora la sola parola -donna- costituirà un vero pericolo, un grande allarme.

Voglio dire con questo che la responsabilità, sia per gli uomini che per le donne è davvero quella di interagire in modo consapevole fin dall’inizio della propria esistenza in modo da poter diffondere un’ idea e un’ immagine che possa  garantirci, a tutte noi, una popolarità positiva.

Poiché qualsiasi contatto avremo noi donne, (e generalizzo davvero) con un altro essere umano, gli farà raccogliere e conservare un’esperienza gradita,  che lo porterà (esperienza comunque sempre filtrata da lui, essere unico e speciale) ad essere a sua volta un “contagio positivo” nell’ambiente che lo circonda.