Page 1
Standard

Violenza, aggressività dislocata, sport.

700

Cosa c’entra la violenza con lo sport.

Cosa c’entra la guerra tra”tifosi” con i cosiddetti svaghi.

Cosa c’entra ammazzarsi per un pallone?

Cosa c’entra la criminalità organizzata col campionato?

Domande ingenue a cui mi piacerebbe che rispondessimo con un coro di: “ne abbiamo abbastanza”.

 

Le ragioni che sottintendono tutto ciò sono da cercare altrove forse…. E non nel piacere di giocare, divertirsi e distrarsi, forse nello scambio di favori, intrallazzi e scommesse, forse nella mera voglia di far scontare a qualcuno quello che si soffre a casa, nei vicoli dei quartieri malfamati, nelle retrovie di un potere che non arriva a farsi conoscere chiaramente, oppure che non conviene far uscire allo scoperto. O nelle squadre di teppisti organizzati che soffrono le regole e il vivere civile.

Luoghi comuni, anche banali, se non partecipi al gioco, al loro, se non condividi una società nascosta che parallela si muove per distruggere quello che le formichine a fatica costruiscono.

M’interrogo su ogni singola emozione che mi suscita la guerriglia di domenica fuori dallo stadio, le intere trasmissioni dedicate all’argomento e sul bisogno oggi di far notare che nessuna donna era presente o coinvolta nei fatti criminosi, se non come testimone o aiutante in campo.

Allora viene facile dire “ma certa aggressività è maschile”?  Perché?

Da dove nasce?

Cosa possiamo fare anche noi donne per bilanciare uno spettacolo così disumano.

Siamo toccati, vero, e tuttavia anche conniventi, oso dire.

Sopportare biecamente è una partecipazione aggressiva, silenziosa.

Mi permetto allora di proporre con forza: parliamone, educhiamo i figli alla non violenza, al non bullismo, alla non passività, e invece: all’assertività, alla manifestazione onesta delle proprie opinioni, sentimenti, alla PACE e alla tolleranza, secondo un modo di pensare, agire, e partecipare alla vita sociale che faccia da contrappeso, sensibile e sostenibile a questo degrado che ci circonda.

 

 

Standard

A Spetses in Grecia… il tempo

A Spetses

A Spetses, isola greca nell’Egeo, il tempo lo cadenza lei, l’isola. Sonnecchia finché carrozzelle, motorini, i pochi taxi, non la animano. La prima volta: non la conoscevo e quindi l’ho esplorata, quando solo dopo alcuni giorni (tre di preciso) mi sono sentita accettata. Come se il messaggio fosse arrivato una mattina al risveglio: sei benvenuta! mi sono sentita dire. Cosi con maggiore sicurezza ho deciso di conoscerla attraverso le sue spiagge.  Ho percorso i 27 km tutto intorno passando attraverso foreste di pini  sulla destra, mentre sulla sinistra mi accompagnava il mare blu zaffiro.  Pini sulla sabbia, mai visti prima, è uno dei paradossi che incontri a Parasakavi,  incastrata tra due basse scogliere. Poi i profumi, gelsomini, rosmarino, siepi odorose, ventate odorose di limoni e fichi, basilico, quello piccolo. Mi colpiscono e mi attraversano quando l’aria e il sole sono più veloci della mia moto a quattro ruote, blu anche lei. Con i calamari fritti e l’insalata greca, senza formaggio, solo per non eccedere, mi sto godendo la vista del mare,  proprio sul porto a un metro dal piccolo mercato del pesce. Sono le 15,  lo scopro dopo, non me ne sono accorta, ho fame e mi sono seduta al ristorante. Qui il tempo prende un ritmo suo, le spiagge si animano all’ora del pranzo nostro convenzionale, e va bene così, perché nessuno si urta o ti dice scusi la cucina è chiusa.  Il mio riferimento per tornare  a casa sulla collina  è un vecchio palo della luce marrone altissimo a cui sono avvoltolati tanti fili della corrente, ed un’aiuola di ulivi sulla mia destra il cui tronco è  dipinto a metà di bianco. i primi due giorni li ho trascorsi a perdermi, perché le strade non hanno un nome, né ci sono segnali stradali. Buona metafora…ci vuole del tempo prima di conoscere un luogo. Devi imparare le regole, dovunque tu vada….qualcosa mi risuona. Così in questo modo, tra Aya marina, il vecchio porto, la spiaggia di Anargyry, ho continuato a cercare le mie ispirazioni, perché a questo mi serviva l’isola. E mi chiedo: chissà se io sono servita a lei?

Standard

“Tutte le donne del mondo”: donne emozioni e generalizzazioni.

C’è qualcosa di più comune  e banale della generalizzazione?

Esistono donne e donne.

Nell’immaginario collettivo pronunciare il nome donna richiama ad un concetto che per la persona risuona forte, aggressivo, dolce, felice oppure no.

Se si tratta di un bambino, diciamo di 8 anni, forse la sua immaginazione si attiva per cercare nella mente, e lo fa al volo, la figura della madre o della nonna, o magari della maestra stessa. Sarà ben impressionato se quella madre non lo malmena, e la maestra e la nonna sono amorevoli con lui. Il che di questi tempi non è normalità, purtroppo. Per cui la catena si ripropone in termini  spesso di vendetta e paura. Qualcun altro, altra, ne farà le spese. Si chiama aggressività dislocata. Tu mi hai ferito e io me la prendo con chi mi capita a tiro.La comunicazione e ogni giorno, ci sbatte in faccia una realtà drammatica di come i cosiddetti rapporti umani siano “risolti” eliminando fisicamente le “interferenze” o presunte tali.

Cosa diversa poi se pronuncio la parola DONNA   con un uomo la cui moglie lo ha appena lasciato, oppure con una donna che ha appena partorito, oppure se mi trovo in un ambiente tutto maschile ( e dipende chi sono e cosa fanno nella loro vita e che tipo di esperienza hanno avuto e che cosa in questo momento vivono e sentono).

Quindi diciamo che a seconda anche del momento storico  personale, siamo in grado di risvegliare solo con una parola o immagine, un’emozione, che  fa  a sua volta dire al nostro interlocutore (parlo di adulti) tutte le donne del mondo sono: gelose, egoiste, belle, indispensabili, lamentose, traditrici o materne.

Così un bambino cresce con l’idea che il mondo femminile sia attraente e positivo, perché ha avuto un’infanzia felice, è stato accudito e amato dalla madre, e si porterà nella vita di giovane e di uomo la sua bella esperienza positiva e fiduciosa nei confronti delle donne , tutte le donne del mondo…..(ognuna di loro comunque nella realtà  sarà per lui un mondo diverso a sua volta). Convinzione dalla quale (speriamo di no) non si discosterà fino a quando qualcosa di drammatico non gli farà cambiare idea. Cosa che, se non sarà robusto e psicologicamente equilibrato, gli condizionerà la vita, i rapporti e le scelte.

E se le sue esperienze avranno minacciato la sicurezza di quest’uomo, reso insicuro,  se ha molto sofferto,  è stato abbandonato e tradito, allora la sola parola -donna- costituirà un vero pericolo, un grande allarme.

Voglio dire con questo che la responsabilità, sia per gli uomini che per le donne è davvero quella di interagire in modo consapevole fin dall’inizio della propria esistenza in modo da poter diffondere un’ idea e un’ immagine che possa  garantirci, a tutte noi, una popolarità positiva.

Poiché qualsiasi contatto avremo noi donne, (e generalizzo davvero) con un altro essere umano, gli farà raccogliere e conservare un’esperienza gradita,  che lo porterà (esperienza comunque sempre filtrata da lui, essere unico e speciale) ad essere a sua volta un “contagio positivo” nell’ambiente che lo circonda.